“L’attesa è una passione. Si attiva, come ogni passione, al richiamo del suo oggetto. L’attesa è una vocazione. Dio, la musa, fanno un cenno e l’uomo esce dal tempo, si mette sul bordo della strada, in attesa”. (Bompiani 1988)


Tutte le competenze del bambino sono silenti, un silenzio in potenza, che si rompe solo grazie ad un evento, uno stimolo che fanno emergere ciò che il silenzio, le qualità dormienti, nascondevano. Questo è quanto il filosofo Carlo Sini riferisce per spiegare ciò che egli chiama “silenzio sapiente” e da questa definizione prendo spunto per riflettere sul potenziale educativo della metodologia BimboTeatro che, attraverso un processo attivo e compartecipato che coinvolge il bambino nella sua totalità , gli consente di fare esperienze multiple di senso, attraverso il gioco, il movimento, l’azione e le emozioni.
Su ognuna di queste esperienze sarebbe opportuno soffermarsi per scorgere all’interno le opportunità di apprendimento che si offrono al bambino. Mi soffermo tuttavia al momento su una soltanto di esse: l’esperienza dell’attesa, strettamente legata a sua volta all’esperienza del desiderio. Attendere e desiderare sono due azioni strettamente collegate. Ne Il mondo dei desideri, Igor Sibaldi afferma che desiderare è un atto bellissimo, viene dalla parola sidera, “stella”, e significa letteralmente “accorgersi che nel tuo cuore c’è qualcosa di più di quel che, per ora, le stelle stanno concedendo all’umanità”.
Nell’etimologia della parola “attesa” rintracciamo a sua volta un significato che ne rivela la profonda valenza educativa. Si definisce infatti attesa il guardare in una direzione, rivolgere la propria attenzione a qualcosa, occuparsi, dedicarsi, accudire qualcuno, aspirare. Lo stesso attendente (colui che aspetta) è quella figura la cui professione promette il contrario di ogni attesa, la presenza. Come dunque la metodologia BimboTeatro consente al bambino di fare questa importantissima e preziosissima esperienza, tanto più in un mondo che si è fortemente velocizzato, in cui tutto viene fruito rapidamente, in cui si passa frettolosamente da un’azione all’altra, da un desiderio all’altro, senza esser nemmeno passati per il senso di gratitudine della sua realizzazione, e dove il nostro vicino è a malapena sfiorato dal nostro sguardo?
Prima dell’avvio di ogni laboratorio, i bambini vengono condotti in un’altra stanza, diversa da quella dove poi si svolgerà il laboratorio. Questo momento non è un momento altro del laboratorio BimboTeatro, ma ne costituisce un primo rituale importante e fondamentale ed è proprio qui che inizia l’esperienza dell’attesa. Nell’area dove i bambini sono portati prima del nostro viaggio all’interno della fiaba agita di BimboTeatro, essi sono messi in un clima d’attesa che attiva la tensione necessaria a garantire l’ascolto, un ascolto funzionale, curato, consapevole che genera un silenzio
contemplativo, rotto solo dal rituale del canto che introducono già le educatrici in questo primo momento e che viene poi ripetuto dall’attore informale nel jingle che da il via effettivo al laboratorio. Questo canto viene a configurarsi a tutti gli effetti come un canto di iniziazione, un passaporto per la felicità. Questa attesa in un’altra stanza è infatti una zona di passaggio, un limbo, un purgatorio che traghetta al mondo dell’altrove, dove avrà inizio l’esplorazione dell’uomo/bambino, il ritorno alla sua essenza magica, alla riscoperta della nobiltà dell’essere umano.
I bambini, in questa estensione temporale che precede il rientro in sala, se ne stanno aggrappati alle parole e agli sguardi delle educatrici, in attesa ma soprattutto “speranti”, fiduciosi, pronti a lanciarsi verso quell’avvenire prossimo, rappresentato dall’attore informale che attende in sala il loro ingresso e verso il quale avanzeranno. Il bambino nel momento dell’attesa sente forte questo legame tra il momento presente e quello che deve venire che è lì, appena dietro la porta. Egli si nutre dell’aspettativa di qualcosa in nome di quanto già sta assaporando ora, in una dinamica che lega magicamente l’attimo presente al destino: speranza e attesa di un “non ancora” in forza di un “già” presente. Un’attesa che non è statica dunque, ma che lì muoverà verso il futuro piuttosto che attenderlo, un’attesa Contempl-Attiva che si fa speranza ed è, sotto certi aspetti, senza “fine”, poiché non si limita a qualcosa di specifico, tanto più che pur avendo chiaro che sta per iniziare un “gioco”, l’attaccamento del bambino al gioco non è nelle cose o negli oggetti che lo compongono (i bambini non vogliono mai prendere Piccolo Blu o Piccolo Giallo e non si contendono nulla durante il laboratorio, non varcano i confini dell’altro). L’attaccamento del bambino è al gioco del teatro stesso, nel suo svolgersi. E’ la vita stessa che lo attrae, non l’attaccamento alle cose. Egli muove il suo interesse in direzione dell’intangibile, di ciò che ancora non conosce e che, pur avendo già “giocato”, rivive con lo stesso stupore ad ogni inizio, che di fatti viene a configurarsi sempre come un nuovo principio che attende il suo evolversi.


“L’attesa è lo spazio nel quale una freccia tirata da un qualche punto si dirige silenziosamente verso un bersaglio. Il bersaglio è nel cuore di colui che aspetta.” (Bompiani, 1988)


Bibliografia

Sini C., Il gioco del silenzio, Mimesis, 2006
Koheler A., L’arte dell’attesa, Add editore, 2017
Bompiani G.,  L’attesa, et al./edizioni, 1988 
Borgna E., L’attesa e la speranza, Feltrinelli, 2005
Suriano L., Educare alla felicità, nuovi paradigmi per una scuola più felice, La Meridiana editore, 2016