Una “strada magica” che porta ad un piccolo regno

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a esprimerlo con le parole”.

( Fabrizio De Andrè, Un matto, 1971)

 

Si dice che ognuno di noi cresca pian piano, che giorno dopo giorno si metta un mattone in più nella costruzione di noi stessi e in effetti così ho sempre immaginato la mia vita: un’ impalcatura momentanea che avrebbe lasciato spazio poi ad una struttura ben delineata, dritta, senza crepe e stabile nel tempo. In questi ultimi mesi ho compreso che non è così: quelle impalcature, quella polvere, quel cemento e quei mattoni sempre in vista non potremo toglierli mai. Semmai cambieremo in corso d’opera il nostro progetto, sceglieremo un altro colore o bloccheremo i lavori per un po’, ma abiteremo sempre in una dimora incompleta. Da quando ho avuto chiaro tutto questo che è iniziata la mia vera crescita: non quella intellettuale, non quella emotiva ma quella spirituale. La certezza di non arrivare mai ad una stabilità è oggi la più vera delle mie certezze. I bambini in questo sono maestri: la loro mente e’ sempre nel principio, il loro pensiero è colmo di magia e il loro cuore è aperto alla vita. Educare vuol dire letteralmente “tirare fuori”: nel bambino c’è già ogni cosa, a noi spetta il dovere di fornirgli gli strumenti necessari e un ambiente amorevole per farlo diventare ciò che già è. In BimboTeatro e in tutta la sua metodologia ho trovato il delicato intreccio tra ascolto, interazione, gioco, ritualità e affettività, sapientemente calati nella realtà del bambino. Una “strada magica” che porta ad un piccolo regno, alimentato dalla magia. La magia che ci ha fatto nascondere tutti sotto il telo colorato perché è iniziata la pioggia e bisogna ripararsi. Lo stesso telo che diventerà poi una giostra sulla quale divertirsi con i propri compagni al ritmo di una dolce canzone. La magia che destabilizza quando Piccolo Giallo si perde, quel birbone dove si sarà cacciato? Sarà forse oltre il fiume di Seta Blu? E poi la magia del vederlo rispuntare dal tronco di Papà Albero, prima di fondersi con Piccolo Blu e diventare una cosa sola, tutta verde, come nella più perfetta delle simbiosi: perdere i propri confini, abbracciando quelli dell’altro. In Bimboteatro il bambino esplora la gioia, la tenerezza, lo smarrimento, la tristezza, il sollievo e la fiducia. Tanti all’inizio diffidavano dal salire sulla giostra e farsi trasportare dai propri compagni, preferendo il ruolo contrario. Quasi tutti durante i salti e i balli al parco rimanevano sbigottiti nel vedere un adulto restare immobile allo stopparsi della musica, con lo sguardo fisso. Ma il momento che ho preferito sempre, in ogni singolo incontro, è stato il momento della scomparsa di Piccolo Giallo: non è cosi ovvio per loro che qualcosa possa perdersi e ognuno ha per questo temuto in modo differente la “perdita”. Qualcuno urlava cercando Piccolo Giallo, altri battevano la manina sulla parete delicatamente, altri sul pavimento. Tutti modi giusti, nessun modo sbagliato, ma semplicemente specchio della loro personalità. Molti bimbi non si infilavano nel Tunnel Misterioso, bensì preferivano attraversare il Fiume di Seta Blu e bagnarsi i piedini. Tanti hanno temuto davvero per la sorte di Piccolo Giallo dopo vari tentativi falliti alla sua ricerca, ma il sollievo di ritrovarlo nel tronco di Papà Albero fa acquisire loro fiducia nelle proprie capacità. Ciò che stupisce è come la ripetizione sia ogni volta diversa da se stessa. Ogni singolo laboratorio è stato diverso da un altro, pur viaggiando su un binario ormai conosciuto. Ogni singola volta la magia fa spogliare dalle proprie convinzioni, dai propri ruoli e qualche volta persino dai propri pensieri e ci lascia nudi a guardare noi stessi giocare a terra con dei veli colorati, a far di nuovo “finta di” spruzzarci l’acqua addosso, a stenderci a terra chiudendo gli occhi e svegliarci riposati davvero! E poi ci si ritrova a fissare quel tunnel di stoffa colorata e a tenere il fiato sospeso finché Piccolo Giallo non esce fuori sano e salvo e tutti applaudono. E’ in quel momento che ho guardato bene i miei bambini: i loro occhi, il loro sorriso mi fanno capire che a volte il mondo che ho dentro non ha bisogno di essere spiegato con le parole.

 

“Sarebbe bello parlare con i bambini che eravamo e chiedere loro cosa ne pensano degli adulti che siamo diventati”

( Juanfelipe Gabanhia )